Indipendenza: cosa ne pensano gli italiani in Catalunya

Dopo la decisione del Governo Spagnolo di applicare l’articolo 155,  di destituire il Governo Catalano e di indire nuove elezioni, oggi il Parlament della Catalunya ha deciso di votare a maggioranza SI alla DUI (Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza). La situazione preoccupa sempre di più perché nessuno delle due parti sembra avere intenzione di arretrare neanche di un passo, anzi, continuano ad andare per due strade completamente diverse.

Prima della DUI di oggi, ho raccolto alcuni commenti di italiani che vivono  in Catalunya che vi riporto più sotto. Come potrete ben capire, la questione è molto lunga e in questo blog non si pretende di trovare la “soluzione finale”, ma solo di ascoltare le voci di chi si trova sul posto. Non prendiamolo come momento per scontrarci, ma per leggere le cose con occhi differenti dai nostri.

opinione italiani in Catalunya - aspassoperlaspagna.it

Luciano: La mia opinione è che hanno gestito male il prima, il durante ed il dopo. Puigdemont ha tentato un bluff e poi si è fermato. Ha solo lasciato una regione (una città, nel caso di Barcellona) in balia delle onde con situazione economica precaria e con un ritorno alla crisi che sembrava alle spalle. Ho cari amici che si lamentano dei loro locali/negozi semivuoti ed altri che lasceranno la città.

Rossella: Io ho una posizione personale catalanista e pro-referendum e nei 18 anni che ho passato qui ho potuto vedere come il sentimento indipendentista sia andato in crescendo, con un apice molto forte negli ultimi 5 anni. Personalmente credo che il processo verso l’indipendenza si sia voluto condurre con troppa fretta, sono state fatte delle valutazioni errate (volontariamente o no, non saprei dirtelo con certezza) sugli eventuali scenari economici, sull’appoggio dell’UE, sulla risposta del Governo centrale, sulla risposta dei mercati. Diciamo che una questione così complessa si è voluta gestire più con la pancia e il sentimento popolare che con le giuste manovre politiche. Ora come ora, l’economia si vede molto influenzata da tutto questo caos politico e la frenata dei consumi è tangibile. Credo che si sia arrivati ad un punto dove non si potrà fare più nulla per contrastare il Governo centrale spagnolo che, con l’appoggio chiaro della UE e dei mercati, non vede l’ora di recuperare il controllo di una regione dove non è mai stato ben accetto.

Paolo: Vada come vada, la volontà di un popolo la puoi arginare un attimo, ma è solo temporale, poi viene fuori. La mia opinione è che qua la gente VUOLE VOTARE (poco importa se “SI”, “NO”, “NI” o “ALLA BUONA”, però vuole votare). E voteranno.

Dani: Per me la Spagna è una. Hanno solo fatto del male a Barcellona: molte aziende e banche se ne sono andate, i turisti la evitano…Capisco che la Catalogna, “produca” di più, ma la divisione no! Un esempio? Lavoro in una nota catena di supermercati e una volta l’anno abbiamo un premio produzione, io lavoro in un supermercato sempre sotto “assedio” e i colleghi/e che lavorano nei piccoli, prendono QUASI il mio stesso premio. Anche loro LAVORANO, ma non tutti possono lavorare nei supermercati più grandi.

Sonia: È una situazione che è stata gestita male dai due “fronti”. Forse se fossero stati più impegnati con il nuovo Statut del 2006 (dove si riformulava la questione finanziaria) non sarebbe successo tutto questo. Come sempre, senza nulla togliere al forte senso di identità di questo popolo, il problema sono i soldini. Il tutto si è aggravato con la crisi e così si è creato il terreno fertile per far crescere il nazionalismo e l’indipendentismo (mostrata come unica soluzione possibile). Il Governo centrale ha procrastinato ad oltranza e non se ne è occupato e nel bel mezzo della crisi non è stato capace di gestirlo. Il risultato è quello che sta succedendo ora, mal gestito di nuovo e in maniera tra l’altro costosissima. È vero che in Catalogna non si è arrivati alla maggioranza qualificata del Parlament per legittimare almeno in parte un referendum, è vero che è anticostituzionale perché la Costituzione non lo prevede, ma delle cose ci si deve occupare, non le puoi ignorare o prima o poi scoppiano. La politica del mantenere lo status quo con il minimo sforzo porta a questo. Il popolo è quello che lavora, che si muove, va in strada a manifestare contro i tagli e la corruzione politica (da ambe le parti) e prende manganellate, va a votare un referendum illegittimo e prende manganellate. È chiaro che lì nelle alte sfere non stanno facendo il loro lavoro. I veri eroi sono i cittadini. I politici da ambe parti sono stati sleali. Da una parte promettendo l’impossibile, dall’altra imponendo senza occuparsi della questione. Parole, parole, parole. Vivo a Barcellona da più di 10 anni e prima si poteva parlare tranquillamente del tema senza sfociare in scontri verbali aggressivi. Le persone erano più disposte verso il dialogo. Adesso no. Adesso la gente è stanca, arrabbiata e delusa e ci vorrà del tempo per ricucire questa ferita, molto tempo.

Dario: È rispettabile il sentimento di un popolo che voglia diventare indipendente dallo Stato di cui fa parte per ragioni linguistiche, economiche e culturali, ma il processo per ottenere l’indipendenza deve svolgersi inevitabilmente all’interno dei confini e dei limiti della Costituzione, mettendo tutti nelle condizioni di esprimere liberamente la propria opinione. Questo con il referendum non è successo: dichiarato illegittimo preventivamente dal Tribunale Costituzionale, non aveva nessun senso che venisse celebrato perché le persone che non erano favorevoli evidentemente non sarebbero andate a votare, vuoi per non legittimarlo indirettamente vuoi per ragioni di sicurezza, come ahimè si è potuto vedere. Lo Stato centrale non avrebbe potuto comportarsi in modo diverso, applicando l’art. 155. Anche le ulteriori contromisure già prese in considerazione dal governo catalano per far fronte alla sospensione dell’autonomia sono del tutto infondate dal punto di vista giuridico e cercano addirittura riparo in un precedente del 1934, anno in cui molti indipendentisti del governo catalano furono incarcerati. Peccato che all’epoca la Costituzione spagnola non esistesse e che sarebbe arrivata più di 40 anni dopo. Credo che la cosa sia stata gestita malissimo e lo sarà inevitabilmente ancora di più da questo momento in poi. È un peccato perché si sarebbe potuto avviare un processo politico e diplomatico che avrebbe potuto portare invece a risultati diversi, soprattutto spianando il terreno da un punto di vista internazionale, che è il vero campo di battaglia su cui si gioca tutta la partita, perché se le banche o le aziende in generale, trasferiscono le loro sedi legali fuori dalla Catalogna è semplicemente perché hanno paura di ritrovarsi al di fuori dalle garanzie comunitarie. Questo, in un momento storico come quello attuale soprattutto in Spagna, nessuno se lo può permettere.

Denise: Quello che penso io è che entrambe le parti abbiano gestito male il tutto: uno ha sbagliato a mandare la gente in strada a votare per un referendum incostituzionale e a prendere botte mentre l’altro ha sbagliato ad agire con la forza (poteva lasciar fare e poi liquidare il tutto o ha sbagliato sull’aver arrestato i due Jordi per sedizione, cosa che ha portato ad un’altra manifestazione) invece si è arrivati all’applicazione del 155, reprimendo ancor di più il popolo. È ovvio che presto o tardi la bomba esploderà, visto che non trovano un punto d’incontro. Già l’economia ne sta risentendo. Io, per ora non sono preoccupata, ma staremo a vedere. Di sicuro se si arrivasse all’indipendenza catalana la situazione non migliorerebbe, uscirebbero dall’euro, non avrebbero più i fondi europei che tengono in piedi molte aziende. Pare, però, che loro (gli indipendentisti) abbiano tutto sotto controllo…

Andy: Come straniero sono preoccupato per gli aspetti economici e pratici che specialmente a causa del conflitto politico si sono materializzati nel rischio di una crisi economica e della fuga delle imprese. Se parliamo di aspetti ideologici, purtroppo, questa crisi e arrivata con il PP al potere, un partito che fu fondato da un ex ministro di Franco e che non ha perduto del tutto una certa maniera autoritaria, conservatrice e rigida di fare le cose. Da un po’ di anni a questa parte, i Catalani hanno cercato il cambio e più autogoverno e il PP ed il PSOE non li hanno fatti andare da nessuna parte. Il PP in particolare si è dedicato a portare in tribunale moltissime decisione ed iniziative del Parlamento catalano. Anche la questione del referendum è stata contrastata solo con argomenti giudiziari e legali che poco hanno a che fare con la politica e la difesa dei diritti democratici. Se invece dell’immobilismo del Governo di Madrid, vi fosse stata una attitudine per trovare un compromesso, non si sarebbe arrivati a questo punto. Il mio punto di vista è che avrebbero dovuto accordare cambi alla Costituzione e fare un referendum, sia pure solamente consultivo, con tre o quattro opzioni. La soluzione federativa del partito socialista non era male, ma queli del PP non sono voluti andare da nessuna parte. La parte più grave è stata la repressione della polizia che ci ha portato lontano nel passato, ad altri tempi. Vi sono colpe dalle due parti, ma il PP aveva tutti i numeri per evitare lo scontro frontale e semplicemente non hanno voluto, preferendo altri metodi di epoche passate.

Marco: Nella cittadina in cui vivo (nel Vallès, catalana, colta, multietnica) è tutto tranquillo; le discussioni sono accese e dirette, visto che quelli attivi nelle varie associazioni più o meno si conoscono tutti, anche se non di persona. Italiani ce ne sono diversi: chi sposato con catalani, chi gestore di attività, chi in pensione. Conoscendo il carattere pacifico dei catalani siamo preoccupati, ma sereni. Ovviamente qualsiasi cosa accada ci coinvolgerebbe, emotivamente per i legami che abbiamo con gli autoctoni, economicamente nel caso cambino le regole, fisicamente nel caso accada qualcosa di simile all’intervento della polizia il primo di ottobre (qui i seggi furono presidiati da gran parte della popolazione per tutto il giorno, ma senza incidenti). Essendo inseriti in una realtà prettamente catalana – a differenza di chi vive nella metropoli – abbiamo fiducia nelle capacità di mediazione dei nostri “anfitrioni”. Occorre risalire almeno al 2006, quando venne approvato in tre fasi (Parlament de Catalunya, Parlamento spagnolo e referendum in Catalunya) una revisione dell’Estatut de autonomia (previsto dalla Costituzione spagnola). Il PP ricorse al Tribunal Constitucional, che anni dopo ne bocciò 14 articoli (cito a memoria). Fu il primo “errore” che produsse nei catalani frustrazione, la quale a sua volta alimentò l’opzione indipendentista, che fino a quel momento era decisamente minoritaria. Dal 2010 la società civile catalana chiese anno dopo anno, con l’appoggio dei politici indipendentisti, la possibilità di esprimersi in un referendum concordato, legale. Dal Governo centrale sempre e solo rifiuti, che non fecero altro che far crescere il sentimento separatista. fino alle elezioni del 2015, che dettero la maggioranza al Parlamento catalano ai partiti indipendentisti. Da lì, la deriva verso il referendum autogestito e la dichiarazione poi sospesa di indipendenza. In sintesi: poco lungimirante, centralista fino al midollo, “masochista” il governo centrale mentre “sentimentali”, ingenui, esasperati e poco politici i dirigenti catalani.

Bruno: 7 anni fa, il Tribunale Costituzionale dichiarò illegittimo l’Estatut (ovvero l’insieme di regole, relazioni e competenze che ha la regione autonoma) che il Governo de la Generalitat di Catalunya aveva discusso e portato avanti tutto di forma legale. Non so esattamente i dettagli di tale rifiuto, che possibilmente fu sbagliato. A cambio è evidente che il Governo Spagnolo, quando l’allora presidente della Generalitat andò ad insistere con quel Estatut, che fra i punti fondamentali aveva il fatto che Catalunya compartisse meno benefici economici con le altre comunità, in piena crisi economica, non potesse fare altro che rifiutare tale insistenza. Per quanto gli indipendentisti non si stancano di ripetere che sono stati storicamente maltrattati, i supposti torti del Governo spagnolo alla Catalunya finiscono con l’Estatut. Da qui inizia un vero e proprio colpo di stato pianificato dai dirigenti politici catalani per tappare le loro inettitudini di gestione e la loro corruzione (molti di loro hanno cause aperte), inventandosi che il modo migliore di uscirne è canalizzare il malcontento contro un altro obiettivo cioè il Governo spagnolo. Quindi, se non ci son fondi, se c’è molta disoccupazione, se mancano i servizi ecc è tutta colpa dello Stato spagnolo che ci deruba (letteralmente). In tutto questo evidentemente avevano bisogno di un elemento “nobile”, qualcosa che suonasse eroico per cui lottare e, per cui, vari dei pezzi grossi della politica catalana si son trasformati in indipendentisti da un giorno all’altro. Hanno usato fondi pubblici per creare e portare avanti un vero e proprio piano contro lo stato, come finalmente si sta dimostrando da documenti “segreti” che sono stati trovati nelle loro sedi, che serviva a generare divisione sociale. Gli insegnanti, sono quasi tutti separatisti che indottrinano i bambini fin da piccoli, la televisione, i giornali, i fondi pubblici che entrano in associazioni indipendentiste come ANC ed Omnium insomma, la lista è lunghissima ed arriva fino ai giorni nostri, in cui anche le famose cariche della polizia erano pianificate e volute per farsi pubblicità internazionale. Non può essere casuale che in miseri 20 anni, la percentuale di indipendentisti sia aumentata dal 10% a quasi il 50%! Lo stesso che fece Hitler quasi un secolo fa, approfittando di un malcontento diffuso, lo hanno canalizzato dove hanno voluto per i loro comodi.

 

 

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